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La detenzione e la caduta

Il mainstream PD nell'indice del giudizio elettorale. Di suo, Renzi ha imposto la verità come nella migliore maieutica greca; di proprio, il pensiero era circolo ristretto di idealità inconfutabile, universale non sottoponibile al dibattito: io penso, io sono l'esclusivo, sono la realtà e la “mia” coscienza personale promana in giudizio collettivo. Il fenomeno...fenomenico nella tradizione della dottrina solipsistica. L'assunto della “rottamazione” posto come concetto oscillante tra l'oblazione della classe dirigente piddina e l'invocazione di un liberismo strusciato nella tradizione socialdemocratica europea. Lui, il tuttofare, ad intercapedine nel cuscino d'aria ad armonizzare le spinte contrapposte. Renzi, tuttavia, produce la continuità di una contraddizione nel think tank post-ideologico del partito di via Sant'Andrea delle Fratte. L'antinomia  nella dipendenza del fascino clintoniano alternato all'attrattiva per Tony Blair. L'albero innestato chiamato PD sintesi del laboratorio cattocomunista. Veltroni persuaso dell'utilità americana e kennediana, una divulgazione del pensiero in salsa italiana a radicare un partito post ideologico definito “nuovo” al Lingotto.
Non poteva funzionare.  Un albero senza radici (ideologiche) trae linfa e sviluppo da cosa?
L'Ulivo prodiano era un'idea astratta ma definì un cartello, un gigantesco piano elettorale compromesso dalle forze della coalizione. L'intuizione del professore bolognese, arguta nella tessitura, generò un mostro bicefalo!
Deflagrato il Muro di Berlino, il piano assuntivo della sinistra occidentale doveva rigenerarsi nella ricerca di un'area antagonista. Reagan e Thatcher, tra deregulation e macelleria sociale lasciati alle spalle. Tuttavia, l'ampiezza dell'economia liberista esercitava (ed esercita) culto e sviluppo.
Le dimissioni di Veltroni, datate 2009, non furono atto estemporaneo per la sconfitta alle Amministrative sarde, il sunto emotivo di una disfatta personale, l'obiezione della Direzione. Nella sua sensibilità, Veltroni aveva inteso esaurito un ciclo.
Il PD era il detentore dell'heritage (patrimonio culturale) di PCI e DC. Deposito fattosi sottoscala trasceso in cantina umida. L'umidore crebbe in tanfo acre aleggiando il “Partito della Nazione”, volume di sintesi tra socialismo, cattolicesimo sociale, liberismo e riformismo moderato. L'OPA è fallita con il pensiero unico. Nel mezzo c'è il vuoto. Il PD di area socialista e progressista non c'è. La sinistra socialista è tramontata in Italia, in Europa. È prevalsa l'affermazione di un populismo intransigente di marca leghista ed una forma ricercata di dialogo di M5s. L'ossimoro pentallestato è stato vissuto tra l'istituzionale, conciliante e rassicurante figura di Di Maio nel converso della fluente dialettica para-istituzionale di Di Battista. La Lega di Salvini ha sottratto temi sensibili concimandoli con lo strumento più efficace: la pancia emotiva dell'elettorato.
Issato il ruolo del pensiero inetto, la sbornia del 2014 è passata nella sequela di errori: abolizione dell'articolo 18 (nel privato), Jobs Act, l'Equitalia del maquillage nominale con sostanza intatta, la vessazione del canone Rai nella bolletta energetica, aiuti statali per le banche, crescita minimale del PIL con consumi al ribasso.
Riflettendo di diritti umanitari, accoglienza, diritti civili il PD è colato a picco. Il cannoneggiamento welfare, pensioni e diritti sociali sapeva di pruriginosa sostanza per M5s e Lega.
                                                                    
(19/03/18)
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